Shostakovic, Stalin, le sinfonie di guerra e lo zdanovismo internazionale

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Tra i più grandi compositori e musicisti del XX secolo, una trattazione particolare merita Dmitrij Dmitrievic Shostakovic.  Nato a San Pietroburgo nel 1906 e morto a Mosca nel 1975, il compositore fu probabilmente la voce più esemplificativa della Russia stalinista e kruscevista. Essendo la documentazione biografica sul grande compositore piuttosto carente, soprattutto di riferimenti autoschediastici non mediati dalla propaganda, il dibattito sulla reale partecipazione ideologica del compositore alla filosofia politica marxista e leninista è ancora vivo e non privo di controversie de facto. Altrettanto intricato appare il rapporto con Joseph Stalin, che sebbene molti critici e biografi contemporanei ritengano definitamente conflittuale, non appare privo di singolari elementi che contraddirebbero questa ipotesi: in fondo, Shostakovic, sebbene criticato apertamente in più occasioni dalla delegazione culturale del partito, che faceva capo allo stesso leader sovietico, non pagò mai con la vita le scelte artistiche a volte considerate troppo ardite ed estranee all’ideologia del “realismo socialista”. Altri artisti quali Mejerchol’d, non sopravvissero all’ira del grande inquisitore sovietico Andrej Aleksandrovic Zdanov, capo della delegazione culturale sovietica dal ’34, prestanome e pedissequo portavoce dell’indirizzo artistico di partito imposto dallo stesso Stalin. In merito alla complessa relazione tra il dittatore e Shostakovic, Solomon Volkov, autore del saggio “Testimonianza”, avanza un singolare quanto interessante parallelismo tra la relazione di Shostakovic  con Stalin, e gli “jurodviye”, figure tradizionali della Russia ortodossa, nel rapportarsi con gli zar. Gli jurodviye, artisti-asceti “folli in Cristo”, predicatori che non risparmiavano accuse pesanti nei confronti dei politici e dei ricchi, sono sempre stati personaggi di profondo rispetto della Russia pre-comunista.  Nel loro delicato rapporto con le figure di potere va ricercata la matrice storica dell’ambivalente rapporto tra Shostakovic ed il leader sovietico.

Se la critica contemporanea a Shostakovic, (Kurt List in primis) tendeva a considerare l’opera del compositore ciecamente e servilmente assoggettata al regime stalinista, quella attuale è più incline a dipingere l’autore con toni di eroismo e “muta opposizione anti-comunista” che però probabilmente poco si confanno ad un uomo la cui cifra ideologica, sebbene anti-totalitaristica ed anti-stalinista mai si distaccò dall’accettazione, sebbene in maniera critica, degli ideali marxisti e leninisti. Chi vorrebbe leggere in ogni nota del compositore un impercettibile attacco subliminale alla causa socialista, probabilmente dimentica di considerare alcuni episodi della vita di Dmitrij Dmtrievic, che ad esempio durante l’assedio nazista della sua città natale chiese di arruolarsi per ben tre volte nell’esercito sovietico, o che durante lo stesso periodo scrisse volontariamente, non scritturato né obbligato, la settima sinfonia detta “di Stalingrado”, a celebrare la resistenza dell’esercito e della popolazione russi. Ricordiamo inoltre che Shostakovic, dopo la morte di Stalin, dal 1957 al 1968 fu un convinto funzionario del partito, nelle vesti di capo della lega compositori sovietici, impersonando a volte posizioni ideologiche in merito alla poetica socialista, care allo stesso dittatore defunto.

Quel che è certo e storicamente accertato, è che il regime stalinista ed il compositore vissero un profondo conflitto di intenti, la cui radice primigenia ha origine negli anni ’30, con il subentro di Zdanov a Kirov nel Comitato artistico del partito. Sergej Mironovic Kirov aveva operato una politica molto liberale nei confronti della sperimentazione degli anni venti da parte degli artisti sovietici, soprattutto Mejerchol’d, Shostakovic ed Ejzenstejn.  In particolare, l’asprezza, la libertà tematica e la modernità compositiva di opere di Shostakovic di questo periodo  quali “Il naso”, rappresentarono un culmine nel linguaggio del compositore leningradese che non verrà mai più inseguito dallo stesso nelle opere a partire dalla seconda metà degli anni trenta. Nel ’34 infatti, assassinato Kirov, (secondo la testimonianza ex eventu di Nikita Sergevic Kruscev, per volere dello stesso Stalin), a lui subentrò Zdanov. Il nuovo arbitro della linea culturale del partito non tardò a distillare la sua posizione di grande inquisitore della produzione artistica sovietica, inaugurando fin dal principio un irrigidimento delle politiche culturali, basato sulla pretesa di inalveamento dell’arte nei canoni del “realismo socialista”. In particolare, si richiedeva agli artisti di agire su tre fronti:   rendere accessibile l’arte al proletariato tramite l’adozione di melodie di respiro popolare; eludere a tutti i costi la sperimentazione ed il modernismo (il cosiddetto “formalismo”); celebrare il regime tramite l’impiego di temi eroici e trionfali e rifiutare l’arte non indirizzata politicamente. Anche il successo di un’opera presso gli ambienti capitalistici occidentali era da evitare, e probabilmente fu questo aspetto ad infastidire maggiormente Zdanov e lo stesso Stalin nei confronti di un’opera scritta da Shostakovic in quegli anni: “Lady Macbeth del distretto di Mtsensk”. Per due anni, dal ’34, anno della premiere a Mosca e Leningrado, la geniale e ben scritta opera riscosse un immenso successo internazionale, tanto da ottenere più di 250 repliche in tutto il mondo. Ma nel Dicembre 1936, recatosi per la prima volta ad una rappresentazione dell’opera, Stalin lasciò il teatro, probabilmente infastidito dalla rappresentazione dell’assassinio di un monarca, o dalla scena di sesso tra Sergej e Ekaterina. Un mese dopo, su “Pravda” apparve un articolo intitolato: “Caos invece di musica”, nel quale l’opera di Shostakovic venne descritta come pervertita, apolitica, figlia dello sterile ed impotente progressismo piccolo-borghese”. L’articolo, apparentemente anonimo, fu probabilmente scritto da Stalin o da Zdanov, e rappresentò quella che si ricorda come la prima critica a Shostakovic. Successivamente ad essa, alcune fonti narrano che il compositore, stremato dall’attesa logorante di un destino fatale, chiese allo stesso leader sovietico “il permesso di togliersi la vita”, negatogli da un apparentemente benevolo Stalin, minimizzante le accuse riportate sul giornale-manifesto sovietico , ed elargente consigli circa una possibile evoluzione dello stile compositivo di Dmitrj Dmitrevic. Non dobbiamo dimenticare che Joseph Stalin, musicista dilettante ma competente ed assiduo frequentatore dei teatri russi, era solito invitare i compositori ed impartire loro “preziose lezioni di composizione”.

In ogni modo, in seguito alla critica su “Pravda”, lo stile di Shostakovic mutò radicalmente, soprattutto a partire dalla quinta sinfonia, la sua opera più celebre. Essa, presentando temi di ispirazione militare, molto comprensibili e d’impatto, sembrerebbe celebrare la grandezza delle gesta del regime, profetizzando il secondo conflitto mondiale che sarebbe iniziato due anni dopo. Ma il giubilo trionfale, per ragioni allegoriche o forse solo stilistiche, appare forzato e celante una sferzante melanconia di sottofondo. Secondo lo scrittore Volkov, autore della già citata “Testimonianza”, Shostakovic avrebbe dichiarato:

“Ritengo sia chiaro quel che accade veramente nella Quinta. Il giubilo è forzato, è frutto di costruzione[…]. E’ come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: “Il tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare”

Pur non potendo contare sulla veridicità documentale delle parole di Volkov, che spesso tende a trattare il vissuto di Shostakovic in chiave schieratamente antisovietica, dobbiamo rilevare musicalmente un’effettiva compresenza di materiale musicale eroico d’ispirazione mahleriana e beethoveniana e di toni grotteschi ed inequivocabilmente satirici. Il contrasto tra di essi è il principale motore della sinfonia, soprattutto nel finale del quarto movimento, dove il più castrense e maestoso Re maggiore (tonalità già considerata particolarmente guerresca secondo la teoria barocca degli affetti) viene interpolato ad un assai imprevisto e malinconico quarto grado minore. Nel secondo movimento della sinfonia invece, i toni esplicitamente parodistici ed a tratti banali di un elefantiaco tre quarti in do maggiore scandito pesantemente dai contrabbassi, sembrano voler dipingere l’immagine di uno Stalin apparentemente solenne, ma in realtà insicuro, logorato dal potere, mediocre ed afflitto da mille fobie, quasi sbeffeggiato dall’irriverente solo del primo violino. Il terzo movimento infine, sembra la prova più concreta della critica al regime celata tra le note della sinfonia. Il largo in fa# minore, dai toni glacialmente struggenti, è scritto per archi, legni e percussioni, lasciando da parte i toni squillanti degli ottoni. Gli archi sono divisi in 8 parti invece delle consuete 5, a creare un’illusione di musica corale. Il perché di questa scelta compositiva è facilmente rintracciabile nella volontà dell’autore di effigiare la tristezza nostalgica dei corali della soppressa cristianità ortodossa, o come altri sostengono, la disperata malinconia dei cori di propaganda che i lavoratori dovevano cantare forzosamente nelle fabbriche.    Se le intenzioni del compositore fossero state effettivamente pamphlettistiche o se nella stesura dell’opera egli avesse inseguito solo canoni tecnico- stilistici, è ancora argomento di discussione, ma è certo che il pubblico della premiere reagì in maniera più che entusiastica alla sinfonia, scrutando tra le note una chiara dedica alle sofferenze di una popolazione sferzata dalle purghe staliniane. Come disse Mitislav Rostropovic: “Non solo una sinfonia per il popolo, ma anche una sinfonia sul popolo”. Secondo il grande violoncellista gli applausi durarono un’ora alla prima leningradese, diretta dal grande direttore d’orchestra Evgenij Mrawinskij.

In ogni modo, le evidenti  sfumature meste e grottesche non furono comprese dalla grossolana compagine zdanoviana, che accettò di buon grado la sinfonia definendola “la risposta creativa di un vero artista sovietico ad una giusta critica”. Il compositore Dmitrij Kabalevskij, dell’entourage di Zdanov, si complimentò con Shostakovic per “non aver ceduto alla tentazione di formalismo che lo aveva indotto precedentemente in errore”. Shostakovic non commentò mai le parole del collega e tornato in auge scrisse negli anni successivi la seconda Suite per orchestra jazz ed altre composizioni minori. Nel ’39 scoppiò intanto il secondo conflitto mondiale e nel ’41 le forze naziste diedero luogo all’operazione Barbarossa invadendo la Russia. Nel ’42 i panzer  tedeschi si diressero verso Leningrado, già attaccata da nord dalla Finlandia. La città del compositore era ormai presa d’assedio. E’ in questo periodo che vide la luce una delle più belle composizioni di Shostakovic, la settima sinfonia, detta di Leningrado. I toni forse ancora più esplicitamente commemorativi ed encomiastici di quelli della quinta commossero i concittadini del compositore, che ascoltarono la sinfonia sotto i bombardamenti costanti della Luftwaffe.  Il musicista scrisse: “Musicisti sovietici, miei cari amici e numerosi compagni di lotta, amici miei! Ricordiamoci che la nostra arte è ora in grande pericolo. Lasciateci difendere la nostra musica, lasciateci lavorare onestamente ed indipendentemente”. I toni rassicuranti, ottimistici ed epici di uno Shostakovic patriota, che apparve nel ’42 in uniforme sovietica persino sul New York Times, sono ben identificabili in una sinfonia dalle melodie di ampio respiro, scritta per grande organico e della durata superiore ad un’ora. Una sinfonia che il compositore voleva fosse quanto più possibile fruibile e godibile da qualunque suo concittadino, e che attirò in seguito le critiche più aspre del compositore italiano Luigi Dallapiccola, il quale la considerava eccessivamente semplicistica. Per la stesura delle altre due sinfonie del periodo di guerra, l’ottava e la nona, Shostakovic abbandonò completamente i toni eroici ed eufemistici della precedente, adottando organici più ridotti, temi profondamente lugubri nell’ottava e manieristici nella nona. Attuando questa scelta, da molti ritenuta un’offesa ai caduti della madrepatria, il compositore diede involontariamente “il la” per quella che sarebbe stata la seconda critica zdanovista del 1948.

Diventato “esperto musicale del partito” un assai modesto musicista dalle posizioni a dir poco estremiste ed inquisitorie, tale Tichon Chrennikov, Shostakovic venne accusato per la seconda volta, ma in modo molto più organico e determinato, di “formalismo musicale”. Le opere “Il naso” e “Lady Macbeth di Mtensk” furono tacciate di “dimostrare la cura e la passione di Shostakovic nello studio degli esempi deformi dell’opera decadente borghese”. La settima sinfonia di “parzialità passionale  da parte del compositore nel dipingere il nazismo” e l’ottava di essere “marcia, ripugnante, patologica, nichilista”. Le tesi dello zdanovismo furono addirittura sostenute in Italia da Palmiro Togliatti, che difendendo il diritto anche dei non addetti ai lavori ad occuparsi della produzione artistica, si espose in prima persona definendo la settima sinfonia falsa, scorretta, disonesta.

Purtroppo la guerra fredda e l’ostilità tra la l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti aggiunsero nei confronti del grande compositore, accusato di passività e servilismo nei confronti del regime, ulteriori ostilità anche a livello internazionale, e nel ’46 il Times vituperò accesamente la sesta sinfonia, definendola “il parto di una mente feconda ma poco cospicua”. Shostakovic allora, non avendo più sostenitori, né all’estero né in patria, fu costretto sino alla morte di Stalin avvenuta nel ’53, a scrivere musica palesemente schierata, temendo il peggio per la propria vita. La riabilitazione del compositore avvenne solo durante il kruscevismo, che allentò notevolmente la morsa persecutoria sulla produzione artistica sovietica. E’ bene ricordare che proprio in questo periodo Shostakovic fu particolarmente attivo politicamente, ed iniziò ad esprimere posizioni molto contrastanti in merito alla cultura ed alla politica, forse in virtù della propria duplice anima. Se da una parte il compositore era legato da un punto di vista ideologico alla sua patria ed all’ideale socialista che non rinnegò mai , dall’altra era deluso dalle continue ingerenze del regime sull’arte  ed annichilito dalle grandi purghe staliniste e zdanoviste che non risparmiarono neanche suoi cari amici quali  Tuchačevskij, Mejerchol’d ed il musicologo Žiljaev.  Del primo kruscevismo sono le note pubblicazioni di Shostakovic  su “Sovetskaja Muzika”: “Seguire il saggio esempio del partito di Lenin e Stalin” e “La gioia della ricerca artistica”. In essi è visibile la dicotomia ideologica del prolifico compositore che ci ha lasciato in eredità di 15 sinfonie, 15 quartetti ,6 concerti per strumento solista e molta musica da camera e cinematografica.

Se semplice è riconoscere l’immensa cifra espressiva di Shostakovic, valutare  il compositore sotto il profilo dell’interazione con il regime è particolarmente difficile, in quanto come affermato da V.Gergev: “Shostakovic fu in tutto e per tutto un uomo del suo tempo” che servì convintamente il suo paese e la causa socialista in modalità anche propagandistiche, componendo ad esempio colonne sonore per pellicole di autocelebrazione nazionale, firmate da grandi registi dell’espressionismo cineastico russo. Ma da un altro punto di vista, Shostakovic non cedette mai alle ingerenze dello zdanovismo, proponendo sempre con molto coraggio, un linguaggio musicale in continua evoluzione, e soprattutto non accettò mai una delle esperienze politiche più folli e cruente della storia di tutti i tempi: lo stalinismo.