Le sacre du printemps ed il sincretismo tra cristianesimo e paganesimo in Europa

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E’ stato scritto più volte da insigni critici musicali quali Hill, Smaczny, Grout, che il balletto di Igor Stravinsky “Le sacre du printemps” rappresenta la vetta più alta e forse più esemplificativa di tutte le ricerche novecentesche anteriori, contemporanee, e quel che è interessante, posteriori all’opera stessa. Quella che sembra essere una composizione non solo radicata nel suo tempo, ma addirittura profetizzante il futuro, effigia quindi il tumulto di un secolo attraversato da due guerre mondiali, da rivoluzioni, dall’alba e dal tramonto delle grandi ideologie, ma anche dal primato della scienza e dell’obiettività storica.

“Le sacre du printemps”, composta tra il 1911 ed il 1913, commissionata a Stravinsky dal grande impresario e mecenate russo Sergej Diaghilev, inscena un rituale propiziatorio nel quadro di una festività di avvento della primavera, in un’ancestrale Russia pagana. In realtà, i temi musicali, elaborati con il principio di “tridimensionalità musicale” rievocante il cubismo e Picasso, non provengono dal folclore slavo, ma da quello dei paesi baltici allora facenti parte dell’impero zarista, in particolare dalla tradizione lituana. Persino il rituale primaverile inscenato dall’opera, si rifà al paganesimo storico lituano, molto forte e sopravvissuto fino ai giorni nostri, data la tardiva conversione della nazione baltica al cristianesimo ( 1386 d.c., con il Granduca Jogaila).

Il balletto è diviso in due parti, la prima introduttiva e astratta, narrante il rituale druidico dell’ Adorazione della terra, e la seconda inscenante il rito cruento del sacrificio di una giovane vestale, prescelta per danzare fino alla morte a scopo propiziatorio. Il rituale descritto non ha alcuna pretesa di storicità, non essendo comprovata dagli storici l’adozione dei sacrifici umani tra le popolazioni slave, né tra quelle baltiche di epoca precristiana. Si tratta più che altro (come affermato dallo stesso Stravinsky) di un soggetto narrativo e musicale solo liberamente tratto dalla tradizione folcloristica delle Russie. Quel che è certo è però che tutt’oggi, nei paesi baltici ancora vengono celebrati rituali legati all’equinozio di primavera “pavasario svente”, ma si tratta di forme assolutamente non cruente.

Dal punto di vista musicale, l’opera rappresenta la fase apicale del cosiddetto “periodo russo” di Stravinsky, durante il quale l’autore, con immensa padronanza tecnica della strumentazione orchestrale, interpreta il mondo pan-russo in tre balletti, con un senso dell’astrazione e della multi-prospettiva musicale mai viste prima nella scuola nazionale zarista. Confrontando i balletti del période russe di Stravinsky con le composizioni degli autori della scuola nazionale a lui precedenti (ad esempio Rimsky-Korsakov, suo maestro) si prende coscienza dell’enorme mutamento tecnico e poetico apportato da Stravinsky al modo di concepire musica nazionalistica: nei predecessori, Glinka ed il gruppo dei 5 (Balakirev, Musorgsky, Rimsky-Korsakov, Cuj, Borodin) il folclore, la storia, le tradizioni russe rappresentano l’ossatura tematica e di sviluppo di tutto l’apparato musicale; in Stravinsky essi rappresentano solo uno spunto primigenio, un colore, una pennellata e non una tela intrisa. Il mutamento di prospettiva è così radicale da essere accomunabile al parallelo sviluppo artistico della pittura, dal neoclassicismo accademico ottocentesco, alle nuove correnti d’inizio novecento: l’impressionismo, l’espressionismo ed il cubismo.

In Stravinsky, le melodie di una grassa e desueta Russia zarista, sono solo ricordi, incisi tematici decantati da un misterioso fagotto in registro acutissimo od una irriverente tromba in sordina, od uno spettrale flauto in registro grave, completamente decontestualizzati e destrutturati da una ritmica ed un’armonizzazione futuristiche, che all’epoca provocarono lo scandalo più assoluto. Se il primo balletto di Igor Stavinsky “L’uccello di fuoco” (1910), solo in parte si discosta dal tardo-romanticismo, già nel secondo dei tre balletti commissionati da Diaghilev, “Petroushka” (1911), sono ben definiti i cardini programmatici della rivoluzione stravinskiana, ovvero la bitonalità, la poliritmia, l’eclettismo tematico e la strumentazione innovativa. Ma il distacco totale dai crismi ottocenteschi ed anche da un modo di fare musica bourgeois si ha solamente con “Le sacre du printemps”. In essa per la prima volta nella storia della musica, si inizia a delineare il concetto di cicli ritmici e di ritmica additiva, ovvero incentrata su strutture percussive numeriche basate sul sistema binario. Una sequenza irregolare di accenti lunghi e brevi accomunabile alla metrica della poesia classica. Non più ritmo quindi, ma ritmologia. Con Stravinsky vedono la luce per la prima volta anche il concetto di poliaccordalità (tipico esempio le settime di dominante di Mi e Mi bemolle sovrapposte, nel secondo quadro dell’opera) ed il concetto di politonalità utilizzata con funzione strutturale e non ironico-grottesca.

Stravinsky ha più volte sostenuto nel corso della sua carriera, la tesi dell’incapacità della musica di esprimere nulla al di fuori di se stessa. In questo senso, “Le sacre du printemps” costituisce un caso di musica assoluta. Per quanto l’opera sia infatti  indelebilmente legata all’immagine del rito pagano da noi descritto ed alla sua coreografia,  essa trascende da qualsivoglia iconografia che vorrebbe ingabbiarla nella gestalt di musica a programma. La Disney a riprova di ciò, nel 1940 rappresentò l’opera all’interno del film animato “Fantasia”, rendendola colonna sonora di uno scenario completamente diverso da quello ideato da Igor Stravinsky: non più un rito pagano, ma vari episodi legati alla paleogeologia e la paleontologia della Terra, dalla sua formazione all’estinzione dei dinosauri. L’associazione musica-immagine funzionò così bene, a riprova dell’assolutezza dell’opera, che tutt’oggi le melodie ed i ritmi de “Le sacre du printemps” sono più sovente accomunate a dinosauri e protovulcani in eruzione, che a belle vestali danzanti in una Russia arcaica.

Ciò che ad ogni modo colpisce maggiormente del tema inizialmente scelto dall’autore, è la trattazione libera e rispettosa del paganesimo antico. Forse questo è l’elemento di maggior modernità dell’opera di Stravinsky: una visione progressista e senza tabù di una religiosità per secoli offuscata dal cristianesimo, in quanto ritenuta scabrosa ed amorale. A tal proposito la figura di Igor Stravinsky è accomunabile a quella dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano e quella di Voltaire nella loro visione ecumenica e progressista di tutte le religioni.  Il compositore russo porta quindi alla luce quel sincretismo tra la sacralità cristiana e quella pagana, che al giorno d’oggi caratterizza alcune regioni d’Europa nelle quali, per ragioni storiche, la conversione al cristianesimo è avvenuta in epoca tardiva. I temi de “Le sacre du Printemps” sono infatti derivati dal folklore lituano e la Lituania come già detto, è stata l’ultima nazione europea ad essersi convertita al cattolicesimo, portando con sé ancora oggi ancestrali rituali mai dimenticati di una religione pagana che per 4000 anni imperò sul paese baltico.

Al giorno d’oggi la massificazione culturale e morale operata in 2000 anni di storia cristiana, ha praticamente cancellato tutti i segni di una diffusissima e per alcuni versi interessante religiosità precedente, in quasi tutta Europa. Il vecchio culto è stato spazzato via, rinnegato e completamente sostituito dal nuovo. Eppure il paleo-cristianesimo  non è mai stato innovativo, non ha mai creato una struttura gerarchica ex novo, prendendo invece a modello l’organizzazione ecclesiastica dell’Epicureismo; non è stato il primo monoteismo né si è discostato grandemente dall’ebraismo; non ha creato nuovi culti, li ha solo sostituiti, sovrapponendo quello della madonna vergine a quello della dea madre Kemetica-Iside, quello delle aureole ai dischi solari degli dei egizi, quello di satana al dio slavo Veles e così via; non ha creato neanche nuove festività, le ha solo prese in prestito dal paganesimo antico, così la festa del “Sol invictus” è diventata il Natale, la festa delle “feriae Augusti” è diventata l’Assunzione mariana, la festa celtica “Samhain” la festività di Ognissanti e via dicendo. La ragione di questa curiosa dicotomia va ricercata nella consapevolezza paleocristiana, che il popolo non avrebbe abbracciato una nuova religione che avesse cancellato le così amate antiche festività. L’istallazione dei nuovi culti doveva quindi avvenire per sostituzione graduale dei precedenti, affinché questi ultimi cadessero lentamente nell’oblio. Vietarli ex abrupto, sarebbe stato solo  controproducente.

Tuttavia, malgrado gli sforzi delle comunità paleocattoliche, ancora oggi i déjà-vu della precedente religiosità sono vivissimi in alcune zone d’Europa, ed il tema dei rituali pagani sopravvissuti al cristianesimo non interessa solo la Lituania e le regioni baltiche, ma ci riguarda da vicino. E’ proprio in Italia infatti che le commistioni tra il vecchio culto ed il nuovo sono più evidenti. Prova ne è l’accezione popolare data ai santi, considerati delle divinità a sé. In alcuni casi l’identificazione con alcune figure mitologiche greco-romane è pressappoco totale. Quante volte nelle chiese ci si inginocchia di fronte ai santi e non solo all’altare? Quante volte si attribuiscono a questo o quel santo poteri specifici: la santa della vista, Il protettore dei pescatori, Il guaritore ecc. Ebbene, questo non è altro che un politeismo mascherato da una religiosità solo apparentemente più moderna. In alcune regioni del meridione d’Italia il sincretismo cattolico-pagano è addirittura così forte, che ormai non è più possibile distinguere, all’interno delle festività, gli elementi pagani da quelli cristiani. Tipico esempio è la processione delle statue dei santi in alcuni paesi dell’Aspromonte, che spesso termina in caratteristiche danze folcloristiche che i portatori “fanno fare ai santi” sotto il rosone di chiese e cattedrali. Oppure la bellissima tradizione siculo-calabrese dei giganti danzanti di Mata e Grifone, rituale extra-cristiano, probabilmente di origine araba o pre-cristiana, che però termina sempre con l’entrata in chiesa dei giganti di cartapesta, siglando quindi una profonda e mistica commistione tra la religiosità pagana e quella cattolica.

L’eredità de “Le sacre du Printemps” è perciò non solo musicale, ma anche storica, antropologica, sociale, e per questo rappresenta a nostro avviso, il brano più esemplificativo di tutto il novecento musicale, forse anche contravvenendo alla tesi dello stesso autore Stravinsky, di inecletticità espressiva della musica: se essa  non può esprimere altro che se stessa, “Le sacre du printemps” di sicuro ci è riuscita.